Domenica di violenza anti-giapponese in Cina
Assalto all’ambasciata, auto e negozi in fiamme


	
Nella giornata di ieri 85mila persone hanno tentato di assaltare le sedi diplomatiche nipponiche e hanno bruciato negozi e automobili giapponesi. Inviti ad una soluzione diplomatica anche dal segretario Usa alla difesa Panetta, oggi a Pechino
Poliziotti in tenuta anti sommossa fuori dall’ambasciata giapponese di Pechino


Nella giornata di ieri 85mila persone hanno tentato di assaltare le sedi diplomatiche nipponiche e hanno bruciato negozi e automobili giapponesi. Inviti ad una soluzione diplomatica anche dal segretario Usa alla difesa Panetta, oggi a Pechino

di Valeria Gazzoni

Pechino, 17 settembre 2012 - Continuano in Cina le proteste anti-Giappone dopo l'acquisizione da parte del governo nipponico di tre delle maggiori isole dell'arcipelago Senkaku. Questa disputa sulla sovranità sulle aree comprese tra la costa nord di Taiwan e la prefettura di Okinawa è al centro della peggiore crisi dei rapporti tra i due paesi dagli anni della Seconda Guerra Mondiale.

Migliaia di manifestanti hanno cercato di fare irruzione nell'ambasciata giapponese a Pechino: la folla ha lanciato bottiglie e palle da golf contro l'edificio, protetto dalla polizia cinese in tenuta antisommossa. La violenza delle manifestazioni nazionaliste cinesi nel paese ha costretto il governo di Tokyo a premere sulle autorità cinesi affinchè siano adeguatamente protetti i numerosi cittadini giapponesi residenti in Cina. Da parte sua, il premier nipponico Yoshihiko Noda ha affermato l'intenzione del suo governo di mantenersi sulle proprie posizioni, giustificando la nazionalizzazione delle isole con lo "scopo di poterle amministrare in modo calmo e stabile''. Noda starebbe cercando di abbassare i toni della polemica con Pechino ("bisogna mantenere la calma e il Giappone chiederà alla parte cinese di fare lo stesso") e al tempo stesso di non perdere l'appoggio popolare al suo governo.

Ma l'appello alla calma che giunge da Tokyo non è sufficiente a placare gli animi sull'altra sponda del Mar Cinese Orientale. Nella giornata di domenica, a Canton oltre 10mila persone hanno sfilato per la città fino a raccogliersi davanti al consolato giapponese, cui hanno rivolto slogan e canti di protesta. Le autorità locali hanno reso noto oggi l'arresto di 11 persone legato agli scontri e alle proteste di ieri. Ad Haikou, sull'isola di Hainan, almeno 2600 poliziotti sono intervenuti per controllare la manifestazione cui ha partecipato una folla di 4000 persone. Cortei pacifici sono stati registrati a Xiamen, Hangzhou, Harbin, Nanjing, Hohhot, Changchun, Wuhan. A Changsha, capitale dello Hunan, sono state incendiate auto e diversi negozi giapponesi all'interno di un centro commerciale. Si stima che nella sola giornata di ieri circa 80mila persone siano scese per le strade di almeno 85 città cinesi.

L'odio verso il Giappone si è espresso anche in sabotaggi alle linee di produzione da parte di operai impiegati in fabbriche a proprietà nipponica. Panasonic ha fatto sapere di aver sospeso le attività in tre suoi impianti in Cina dopo aver subito attacchi da parte di manifestanti. Lo stesso provvedimento è stato preso da Canon, Honda, Mazda e Nissan.

La stampa cinese si dimostra empatica con le intenzioni dei manifestanti. Un editoriale pubblicato dall'agenzia di stampa nazionale Xinhua parla di queste manifestazioni come di un "naturale movimento e reazione verso la provocazione della parte giapponese", espressioni di patriottismo e nazionalismo da parte dei cittadini cinesi. Ma al contempo invita alla "saggezza nell'espressione dell'amore per la patria" e ad evitare il crimine e la violenza sostenendo gli sforzi politici e diplomatici del governo. Pechino si è, infatti, già rivolta all'Onu per sottoporre all'organismo internazionale la questione della contesa territoriale sulle Diaoyu-Senkaku. Sui media continua invece  l'offensiva anti-nipponica e si paventano eventuali sanzioni commerciali da parte del Dragone nei confronti del Giappone che, per il People's Daily, potrebbero far arretrare l'economia giapponese di 20 anni. Anche la Cina soffrirebbe di questa guerra commerciale, prosegue l'editoriale, sebbene il Giappone occupi solo la terza posizione in termini di volume di scambi dietro a Stati Uniti ed Europa.

Ruolo di mediazione potrebbe avere il segretario alla difesa Usa Leon Panetta, in viaggio oggi verso Pechino in seguito alla tappa di Tokyo del suo tour in Asia. Panetta ha sollecitato "calma e moderazione" da parte di Cina e Giappone nella gestione di queste tensioni che potrebbero degenerare in "un conflitto che avrebbe il potenziale per allargarsi". Dopo aver confermato che gli obblighi derivanti dal trattato con il governo nipponico si applicano anche sull'arcipelago delle Senkaku, il segretario statunitense ha però dichiarato che il suo paese si pone in modo neutrale riguardo alle questioni di sovranità territoriale. Panetta incontrerà nei prossimi giorni il presidente designato Xi Jinping, riapparso in pubblico lo scorso sabato dopo quindici giorni di assenza dalla vita politica.

[email protected], Twitter: @ValeriaGazzoni

 

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