Crisi Cina-Filippine: stop ai viaggi da Pechino
E tutto per colpa di un isolotto


	
  Cina e Filippine rivendicano entrambe la sovranità su un'isola del Pacifico, al centro di un'area ricca di pesce e di risorse naturali. Un importante accordo commerciale tra colossi dei due paesi potrebbe porre fine alla disputa, ma i politici dovranno accettare di mettersi da parte
Un’imbarcazione filippina diretta verso la zona di pesca dell’arcipelago conteso
 

Cina e Filippine rivendicano entrambe la sovranità su un'isola del Pacifico, al centro di un'area ricca di pesce e di risorse naturali. Un importante accordo commerciale tra colossi dei due paesi potrebbe porre fine alla disputa, ma i politici dovranno accettare di mettersi da parte

di Luca Zorloni (左 露珂)

Pechino, 10 maggio 2012 - Le spiagge bianche dell'isola filippina di Palawan e delle sue 1.768 minuscole sorelle da paradiso perduto diventano proibito. A chiudere i cancelli sono tour operator e agenzie viaggi cinesi. E tutto a causa di un isolotto, Scarborough in inglese, Huangyan in mandarino, al centro della frattura diplomatica che sta dividendo Manila e Pechino, che ne rivendicano entrambe la piena sovranità. Il clima è talmente pesante che i colossi del turismo del Dragone, come l'operatore online Ctrip.com o Beijing Caissa International Travel Service Co. Ltd., hanno sospeso nel giro di poche ore i soggiorni esotici dei propri connazionali e garantito rimborsi a chi aveva già pagato il proprio tour. In Cina le Filippine sono diventate una meta da bollino rosso. D'altro canto i rapporti bilaterali tra le due nazioni sono da bollino nero. Martedì scorso il vice ministro degli Esteri cinese Fu Ying ha dichiarato che il suo paese non è ottimista circa la risoluzione della contesa suell'isolotto e che la Cina è preparata a rispondere a qualsiasi attacco delle Filippine se la situazione dovesse precipitare.

Ma cosa nasconde questo atollo? D'accordo, è un'oasi incontaminata, dominata dai resti di un'antica torre in pietra. Ma nessuno viene qui a fare turismo. Nelle acque della laguna triangolare delimitata dagli isolotti di Huangyan proliferano banchi di pesci e tanti altri nel mare intorno, facendo dell'area una delle mete predilette dei pescherecci del Paese di Mezzo. E sono stati proprio questi ultimi, avvistati lo scorso 8 aprile da un aereo militare filippino mentre calavano le reti al largo di Scarborough, a riaccendere le tensioni fra i due paesi. Manila spedisce subito una nave della Marina per ispezionare le barche civili del Dragone, rivendicando la sovranità dell'atollo che si trova a 140 miglia nautiche (230 chilometri) da Luzon, l'isola principale delle Filippine, dunque entro le 200 della Zona economica esclusiva sancita dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto di mare e sottoscritta da entrambe le nazioni . Pechino risponde con due fregate e un dispaccio in cui ribadisce che Huangyan è proprietà cinese: cartine geografiche del 1.279, compilate sotto la dinastia Yuan, testimonierebbero che i primi a mettere gli occhi (e le mani) sul piccolo arcipelago sarebbero stati i sovrani del Celeste Impero. In barba ai confini nautici insomma, in questo caso (e come per centinaia delle migliaia di atolli che punteggiano il braccio meridionale del Mare Cinese) il Dragone intende che sarebbe la storia a stabilire la sovranità.

Se il muro contro muro si acuisce il Pacifico è a rischio operazioni militari: e tutto per un po' pesce? Nossignore. Pechino, Manila e tutti gli inquilini del Pacifico hanno messo gli occhi sulle ricchezze ben più golose, quelle naturali nascoste sotto i fondali. Gas, metalli, petrolio. E dire che gli imprenditori una soluzione l'avrebbero trovata:  l'8 maggio la filippina Philex Petroleum Corporation ha annunciato di voler chiudere un accordo con la cinese CNOOC (China National Offshore Oil Corporation, ndr) per la costruzione di piattaforme estrattive al largo del Mar cinese meridionale, in un'area disputata tra i due paesi, quella di Reed Bank, dove nei prossimi dieci anni i tycoon di Manila punterebbero a sviluppare il progetto Sampaguita per l'approvvigionamento di idrocarburi. Il costo dell'operazione è ancora  imprecisato, ma ammonterebbe a svariate decine di miliardi di dollari che la Philex non ha in cassa, così per portare a casa l'appalto con il Ministero dell'Energia la società di Luzon sarebbe alla ricerca di un partner con sufficienti disponibilità economiche. Come la CNOOC. Partecipata, lo dice il nome stesso, dai vertici di Pechino. I cinesi hanno fiutato subito l'affare ma ora il capitalismo di stato del Dragone si trova a un bivio: insistere nel braccio di ferro politico o fare un passo indietro per guadagnarsi una commessa miliardaria? E tutto per un isolotto, Scarborough, così ribattezzato nel 18esimo secolo dopo il naufragio di un mercantile inglese al largo delle sue coste: vuoi mai che il paradiso perduto, anzi proibito, sia un cattivo presagio.

luca.zorloni@ilgiorno.net

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