Milano Fashion Global Summit: per le Pmi
del made in Italy è la Cina il mercato del futuro


	
Con lo sviluppo della classe media nel Dragone si apre un mercato per i nuovi brand italiani a prezzi contenuti. Si apre uno spazio per le piccole medie imprese del settore, pronte a seguire le orme delle case di moda più affermate
Raffaele Jerusalmi, Mario Boselli, Claudio Piovesana, Cesare Romiti, Paolo Panerai al Milano Fashion Global Summit 2012


Con lo sviluppo della classe media nel Dragone si apre un mercato per i nuovi brand italiani a prezzi contenuti. Si apre uno spazio per le piccole medie imprese del settore, pronte a seguire le orme delle case di moda più affermate

Di Luca Zorloni (左露珂)

Milano, 10 settembre 2012 – La remota Cina dove il gotha della moda italiana impiantava le produzioni di capi da vendere in patria è una pagina di storia ingiallita. Il Dragone del terzo millennio è goloso del lusso più sfrenato e allestire un pantagruelico banchetto può essere l'occasione che il fashion business tricolore aspettava per uscire dalle secche della crisi internazionale. Il parere degli esperti è unanime: tracciare una via della Seta – reale e virtuale – per esportare il made in Italy in un mercato da 1 miliardo e 300 mila persone, delle quali un milione è milionario.

La bussola della moda punta a Oriente, come è emerso dal Milano Fashion Global Summit, incontro degli specialisti del settore in scena a Palazzo Mezzanotte venerdì 7 e sabato 8 settembre e dedicato proprio ai sistemi moda dei due paesi. I dati economici sono confortanti. Come ha spiegato Du Yuzhou, presidente onorario del China Textile and Apparel Council, il Belpaese “ha registrato un aumento delle esportazioni verso la Cina del 20%, che invece ha segnato un calo del 20% verso l'Europa a causa della crisi”.

Nonostante un rallentamento della locomotiva orientale, il cui Pil quest'anno crescerà del 7,6%, “la spesa pro capite per l'abbigliamento tra la popolazione urbana è aumentata del 14,17%. Indica un maggiore potere d'acquisto per i vestiti”. Sia in madrepatria sia all'estero. In Italia, riferisce il presidente della Fondazione Italia-Cina Cesare Romiti basandosi su un ricerca del proprio istituto, i turisti del Dragone spendono in media “11mila euro per ogni viaggio e nei prossimi anni il giro di affari sfonderà un miliardo di euro”. Guardando al di là della Grande Muraglia invece, Mario Boselli, presidente della Camera Nazionale della Moda italiana, spiega che oggi il motore del colosso orientale è proprio la domanda interna e il lusso traina gli altri settori. “Nel 2011 i consumi sono cresciuti del 9,7%, gli investimenti del 10,5%, mentre le esportazioni sono scese di 9,4 punti percentuali”.

La novità è che la febbre da shopping contagia anche il ceto medio “e si aprono perciò spazi commerciali per le piccole e medie imprese italiane che producano brand meno conosciuti ma ben fatti e venduti con prezzi abbordabili”. Largo anche al tessile. “Fatta 100 la quota di esportazioni del settore dall'Italia alla Cina – prosegue Boselli –, nel 2011 siamo passati a 185, contro i 76 verso l'Europa”. “I cinesi sono cambiati – spiega Zhou Yan, presidente di Dalian Sunfed Fashion Co. –. Nel loro tempo libero sono passati dall'acquisto di oggetti per la casa a quello di indumenti”. La lezione è chiara ai vertici di Furla: il ceo Eraldo Poletto ha raccontato alla platea che per il lancio del nuovo concept store del gruppo “ha deciso di debuttare in Oriente: prima Hong Kong e la Cina, poi Macao e l'India”.

L'Europa resta un passo indietro. Paola Durante, direttore della divisione investimenti bancari di Merryl Lynch riferisce che secondo gli analisti la grande Cina, ovvero la madrepatria insieme a Macao e Hong Kong, attualmente detiene il 15% dei consumi mondiali di lusso e in tre anni potrebbe passare al 20%. E già nel 2012, secondo gli esperti, il titano d'Oriente potrebbe qualificarsi come il primo mercato al mondo del lusso, con una spesa settoriale di 14,6 miliardi di dollari. In cima alla lista dei desideri dei big spender cinesi: orologi e gioielleria, poi abbigliamento femminile e pelletteria.

Il Dragone è però goloso anche di sapere e dal Belpaese vuole importare le conoscenze che rendono invidiabile il made in Italy. Miao Hongbing, presidente di Beijing White Collar Co., spiega infatti: “Nel campo dell'abbigliamento l'Italia ha insegnato alla Cina il disegno dei modelli, la tecnica, l'esperienza dello shopping, la personalizzazione del prodotto e lo stile di vita”. Wu Jianmin, presidente di Shandong Showlong Fashion Co., consiglia agli imprenditori italiani “di frequentare di più i cinesi, per comprenderci meglio. Vi invito a guardare non alle metropoli principali, ma alle città di secondo livello”. Brozzetti, ceo di Roberto Cavalli, lancia invece ai piani alti di Pechino un'agenda per agevolare gli scambi commerciali: “Abbassare le tasse sulle importazioni, semplificare i processi di controllo e le operazioni bancarie, sviluppare una protezione della proprietà intellettuale da copie e falsi e facilitare i rilascio dei visti”.

Sul palco del palazzo della Borsa italiana i consigli delle case di moda nazionali che da tempo frequentano il Dragone. Saverio Moschillo, presidente di John Richmond, sottolinea l'importanza del copyright: “Siamo arrivati in Cina quindici anni fa. La prima cosa? Far registrare il marchio”. Diego Rossetti, presidente di Fratelli Rossetti: “Importante trovare un partner che si riconosca nella storia dell'azienda, cosicché i prodotti siano una conseguenza automatica”. Vittorio Missoni, ceo dell'azienda di famiglia: “Un passo falso stipulare accordi con varie società cinesi per aprire dei franchising, ora scommettiamo su un unico interlocutore”. Lavinia Biagiotti, vicepresidente del gruppo Biagiotti: “Nel 1988 la prima sfilata di mia madre in piazza Tiananmen. Oggi torniamo in Cina con una piattaforma per lo shopping online, che sarà pronta tra 6-9 mesi. Nel 65% dei casi i netizen cinesi infatti prima di fare un acquisto si informano sul web”. E Cleto Sagripanti, presidente nazionale dell'Associazione nazionale calzature italiane, lamenta il fatto che nel nostro paese “non si trovano giovani disposti a trasferirsi per qualche tempo in Cina per seguire l'avvio sul mercato orientale delle nostre pmi”.

All'architetto Italo Rota le parole conclusive sulla staffetta all'Eldorado cinese. “Il lusso è diventato l'accessorio, un luogo della mente. Conserviamo tutto, accumulando negli armadi, straordinari scrigni. Ma lusso è anche l'idea di avere spazio per i nostri piaceri, tempo per usare le cose che ci piacciono, capacità di movimento”. Il tema del lusso è cruciale, spiega Rota, “per culture millenarie come quelle italiana e cinese, che dovranno decidere del valore del loro passato. Serve moltissima creatività per ristabilire un'autonomia di queste culture dai modelli internazionali”. Il cammino è lungo: Rota, come interpreta lo sviluppo della Cina? “Penso che i veri cambiamenti si facciano dando un contributo reale alla vita del pianeta. La Cina deve capire come un 1 miliardo e 300 mila persone possa continuare a produrre migliorando il pianeta”.

Due domande a... Mario Boselli, presidente della Camera Nazionale della Moda italiana

Come interpreta i segnali di recessione della moda italiana e che ruolo gioca Cina in questo quadro economico?
“Il nostro centro studi per quest'anno ha calcolato un calo di fatturato delle imprese del fashion nel 2012 del 5,2%. Non mi sembra tragico perché compensa l'avanzamento del 2011 e ci riporta al livello del 2010. Inizialmente si prevedeva un calo del 5,8%: io mi aspettavo peggio, firmerei subito questo stato. Certo il 2013 deve essere un altro film. La Cina con qualche problema è un mercato attrattivo”.

I brand più famosi sono da tempo in Cina, che finestre di ingresso ci sono oggi per i nuovi?
“La fascia alta dei brand è in Cina bene e funziona. Molti dei buoni risultati sono proprio dovuti al mercato cinese. Ora cresce una classe intermedia e cosa consuma? Non compra lusso, ma vuole comprare meglio e quello è il nostro spazio: produrre nuovi brand a prezzi ragionevoli”.

Le pmi sono preparate?
“Hanno un problema di dimensione, ma danno lavoro a 650mila addetti. Per arrivare in Cina serve un rapporto con le istituzioni”.

L'attenzione al mercato cinese provocherà un'evoluzione del gusto della moda nostrana?
Non direi. Copiano il modello italiano, non dobbiamo inventare nulla di nuovo”.

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