Daverio: “La Cina ha grandi intellettuali
e grandi artigiani ma di artisti manco l’ombra”


	
Conversazione con il critico sull'estetica cinese. Attraverso musei "dove si accumulano opere d'accademia" e architettura "transgenica". Per concludere che il Dragone ha sfornato grandi menti, ma poche che possano ambire all'Olimpo dell'arte
Philippe Daverio


Conversazione con il critico sull'estetica cinese. Attraverso musei "dove si accumulano opere d'accademia" e architettura "transgenica". Per concludere che il Dragone ha sfornato grandi menti, ma poche che possano ambire all'Olimpo dell'arte



di Luca Zorloni (左露珂)

Milano, 14 luglio 2012 - Gli artisti cinesi sono come i due liocorni dell'arca di Noè, stando al giudizio di Philippe Daverio, critico d'arte e tra i più rinomati esperti italiani in materia. Ovvero, “non si vedono”. E non perché stiano rintanati in qualche studiolo sgarrupato al riparo dai riflettori della ribalta (e del mercato). Ma perché “non ce ne sono. La Cina è così: ha grandi intellettuali e grandi artigiani”. Ma di artisti, intesi alla Michelangelo, Picasso, Pollock, Munch, Leonardo, Monet e via dicendo, nisba. E questo nonostante i nababbi dell'ex Celeste Impero facciano un sol boccone dei lotti più pregiati alle aste internazionali e nomi di maestri dell'arte cinese, come Zhang Daqian, raggiungano quotazioni da capogiro. Daverio al Dragone ha dedicato le prime tre puntate del suo programma Il Capitale andato in onda su Raitre, esplorando i territori del Bello sotto forma di architettura, urbanistica, conservazione dei reperti storici e arte contemporanea.

Perché dice che non esistono artisti cinesi?

“Perché in Cina il concetto di arte così come la intendiamo noi non c'è: esiste il manufatto.  Hanno un'estetica della carta, legata alla calligrafia, ma nel loro canone il pezzo d'arte è fondamentalmente un manufatto da vendere. Hanno una mentalità artigianale, che non prevede l'intervento dell'ingegno ma si basa sulla realizzazione. Da Michelangelo in poi l'Occidente lega l'attività dell'artista all'urgenza, al fatto che l'autore realizzi quell'opera perché non può fare altrimenti. Non è così in Cina”.

Ne Il Capitale lei ha fatto un viaggio alla 798 Factory di Pechino, il quartiere degli artisti. Che impressione le ha fatto?

Alla 798 Factory fanno i falsi. Come con le borse di Louis Vuitton, così con opere d'arte producono riproduzioni studiate per l'Occidente. Ho visitato molti atelier di pittori, che hanno bellissime collezioni di libri. Sotto la lettera M, volumi da Matisse a Morandi, e loro riproducono di tutto. Se si va alla V fanno anche un Van Gogh. Attenzione però: in Cina esiste poi un tipo di intellettuale tardo mandarinico. È lo scrittore, che ha mutuato l'estetica occidentale. Fa cose che noi reputiamo d'artista. Prendiamo Ai Weiwei: scatta belle foto, ha possesso del mondo della comunicazione scenica... Ai Weiwei è derivazione parallela di Joseph Beuys (Fluxus, ndr). Con la differenza che se Beuys fa un'installazione o un disegno con il grasso di un cervo,  sono belli come un Klee, mentre se Ai Weiwei esegue un bozzetto, fa una pirlata”.

Eppure il responso del mercato dell'arte è che i nomi cinesi vanno alla grande. Secondo i dati del borsino dello studio francese Artprice gli artisti più venduti del 2011 sono nell'ordine Zhang Daqian (impressionista contemporaneo), Qi Baishi, Warhol e Picasso. Come giudica questo andamento?

“Sono riusciti a far vendere per 400 milioni di Renmibi le opere di Zhang Daqian per avere un artista al livello di Picasso, ma non lo si può considerare un pittore, è uno che fa narrazioni di tipo classico. D'altronde la Cina è così: ha grandi intellettuali e grandi artigiani”.

Sul fronte di musei come sta il Paese di Mezzo?

“Mi sono confrontato con molti direttori dei musei e ho visitato varie istituzioni ed ecco emergere un'altra bizzaria tutta cinese: dentro conservano i pittori di accademia”.

In Cina recentemente hanno aperto tanti nuovi musei, molti dei quali vuoti. Pensa che possano offrire uno spazio alle tante opere occidentali accatastate negli sgabuzzini?

“Ci credo poco. Sì, qualcosa di europeo lo acquisiranno, ma solo per dare una legittimazione ai loro musei”.

Nel suo programma lei ha parlato anche di città “transgeniche”. Che tipo di architettura è quella cinese?

La Cina ha un solo modo di costruire, quello classico, che si è ammodernato. Ora fanno interventi formidabili. Come procedono? Il loro grattacielo è una carrozzeria: prima progettano gli impianti e le stanze, poi aggiungono l'esterno. Penso a quello del Western Pacific Hotel a Shanghai, con la cima a forma di fiore di loto. Applicano all'architettura la fantasia di un oggetto. Si comportano come quando producono l'accendino con luci e carillon. E torniamo al punto di partenza: la nostra definizione semantica delle arti, che in Occidente si afferma sono nel '500, a loro non interessa. Non sono in ritardo, sono solo due strade diverse, parallele”.

Ha detto: “A noi italiani la Cina piace”. Ma ci piace solo quando siamo di là o anche di qua?

“È vero, ci piace, anche quando siamo là. La confusione è totale, ma regolamentata; non percepiamo il potere assoluto del partito. E poi siamo sinceri: per noi italiani è una grande opportunità. Se non avessimo la Cina che produce scarpe e abiti a poco prezzo, come si vestirebbe l'intera popolazione? Avremmo già avuto le rivolte”.

Le leggo una citazione di Mao tratta dal suo intervento alle discussioni su arte e letteratura in Yenan, nel maggio 1942. “Nel mondo attuale ogni cultura, ogni letteratura, ogni arte appartengono a una classe ben determinata e sono quindi vincolate a una determinata politica. L'arte per l'arte, l'arte al di sopra delle classi, l'arte al di fuori della politica e indipendente da essa in realtà non esiste”.

“In questo passo Mao non esprime un concetto cinese ma derivato dalle riflessioni di Engels su struttura e sovrastruttura. Non si applica alla Cina di oggi, che combina il “Grande Timoniere” con un confucianesimo annacquato. E questo succede anche nel campo dell'arte. Che poi, io di cinesi dell'alta borghesia ne ho conosciuti. E la loro arte, sia chiaro, non la prendono certo in considerazione”.

luca.zorloni@ilgiorno.net

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