Lingua
e dialetti
nei film cinesi:
così ti racconto
il paese
che cambia


	
Un’immagine dal film “Detective Dee” di Johnnie To (2006)
 

di Valeria Gazzoni

Milano, 9 maggio 2012 - Marie-Pierre Duhamel, sinologa e critica cinematografica, ha condotto un seminario di due giorni sulla "cinelingua" nel cinema cinese, a cura dell'Istituto Confucio dell'Università statale di Milano. Nell'appuntamento dell'8 maggio, presso il negozio civico ChiAmaMilano, attraverso la visione di alcuni estratti di pellicole cinesi, un pubblico di appassionati ha potuto apprezzare quanto la lingua cinese (o meglio le lingue della Cina) sia un elemento chiave della narrazione cinematografica.

La Terra di Mezzo è un paese immenso ed è comprensibile che un territorio così vasto sia animato da numerosi dialetti differenti. Ma come in Italia i dialetti sono stati sostituiti dall'italiano "sciaquato in Arno" del Manzoni, anche in Cina, alla nascita dello stato nazionale repubblicano, si è sviluppata una lingua comune, utilizzata nei libri di scuola, alla radio, alla tv e, quindi, anche nel cinemaFino agli anni Duemila qualsiasi produzione che volesse ottenere il "visto" statale per la distribuzione in patria, doveva prevedere un copione completamente ripulito da ogni inflessione locale, ma con il tempo le cose sono andate cambiando. Sempre più registi, a partire da quelli più "indipendenti", come il Jia Zhangke di "Platform" (Leone d'oro nel 2000), fino a quelli più "commerciali" come l'hongkongese Johnnie To, modellano i propri personaggi anche grazie all'uso di un dialetto locale o di un registro particolare come il politichese o la lingua della mafia cinese.

Ecco che nascono delle vere e proprie "cinelingue", che per la studiosa francese rappresentano dei veri e propri "acceleratori della trama", un modo per giocare con gli spettatori e per portare sul grande schermo la Cina e la sua soprendente evoluzione.

CINELINGUA IN PILLOLE 

"Devils on the doorstep" di Jiang Wen (2000): in questo estratto è cruciale la figura dell'interprete, colui che media tra il giapponese del prigioniero e il cinese dei contadini che li tengono in ostaggio. La traduzione non è mai letterale, bensì distorta per compiacere i "carcerieri" ed evitare di fare una brutta fine.


"Election part 2" di Johnnie To (2006): " target="_blank">in questa sequenza (dal minuto 3,30 a 5,48), un orecchio sinofono nota il passaggio da dialetto cantonese a mandarino burocratico e intuisce, così, l'appartenenza dei personaggi alla branca locale della Triade, nel primo caso, e alla classe politica di Pechino nel secondo.

 


 


 

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