Caccia invisibili, scudi spaziali e spie
La Cina entra in campo nel business della guerra


	
  Pechino investe nell'industria bellica e da primo importatore mondiale passa a sesto Paese esportatore. E tra i brevetti studiati nei laboratori dell'Esercito popolare di Liberazione ci sono quelli trafugati agli avversari. Per accapararsi un posto in prima fila nei conflitti informatici e galattici
I soldati dell’esercito cinese
 

Pechino investe nell'industria bellica e da primo importatore mondiale passa a sesto Paese esportatore. E tra i brevetti studiati nei laboratori dell'Esercito popolare di Liberazione ci sono quelli trafugati agli avversari. Per accapararsi un posto in prima fila nei conflitti informatici e galattici



di Luca Zorloni  (左 露珂)

Pechino, 19 marzo 2012 – Ammoniva il generale Sunzi nel suo libro “L’arte della guerra”:Combatti con metodi ortodossi, vinci con metodi straordinari”. Metodi straordinari (e con straordinari si intenda "fuori dall'ordinario", ndr) sono quelli messi in campo dai pronipoti di Sunzi ventisei secoli dopo per affermarsi sullo scacchiere internazionale. Straordinaria è l’attività di spionaggio grazie alla quale, secondo il Sunday Times, i generali di Pechino sarebbero riusciti a mettere le mani sui prototipi dell’F-35, il più moderno cacciabombardiere stealth (invisibile) dell’esercito Usa. Li avrebbero trafugati dai computer della British Aerospace e avrebbero poi realizzato un mezzo altrettanto avanzato, il J-20, simbolo del “balzo in avanti” dell’aeronautica cinese.

Straordinarie sono le capacità di guerra informatica acquisite dalla Cina, che oggi potrebbe rappresentare, secondo un dossier consegnato al Congresso da Northrop Grumman, il contractor per la difesa statunitense, una seria minaccia per gli Usa. L’esercito popolare di Liberazione “ha abbracciato l’idea che una campagna militare di successo si basa sulla capacità di assumere il controllo sulle informazioni e sui sistemi informatici dell’avversario”, avviserebbe il dossier, secondo la Bbc. Straordinario è il contratto che Russia e Cina stanno per firmare e riguarda la più imponente vendita di armi del decennio. Secondo il quotidiano russo Kommersant, Pechino avrebbe pagato a Mosca 4 miliardi di dollari per la fornitura di 48 caccia polivalenti russi Sukhoi Su-35 e avrebbe firmato una clausola con la quale si impegna a non riprodurre i velivoli. L’aveva già fatto in passato e nella piazza Rossa non avevano gradito. Come d’altronde l’Occidente non ha apprezzato il caccia invisibile “made in China”.

Più che questione di concorrenza, si tratta di questione di sicurezza. Un cyber assedio lungo 18 mesi grazie al quale le spie dell’ex Celeste Impero sono riuscite a impossessarsi dei disegni dell’F-35 (come ha raccontato al Sunday Times un rappresentante della British Aerospace) è un segno. La Cina fa paura e non solo quando si parla di soldi. Secondo una ricerca del Sipri (Stockholm International Peace Research Institute) sulle importazioni di armi, la Cina è scesa al quarto posto nel quadriennio 2007-11, dopo un primato incontrastato tra il 2002 e il 2006. E non perché Pechino abbia smesso di interessarsi di industria bellica, ma perché ha deciso di puntare sull’export, cresciuto del 95% nel periodo di riferimento. Secondo lo studio svedese la Cina non ha ancora guadagnato la prima posizione in nessun mercato, ma aumenta il foraggiamento del Pakistan. Così le armi made in China salgono al sesto posto nelle esportazioni globali e insidiano gli affari dell’industria bellica di sua Maestà. La Cina che rompe le uova nel paniere all’Inghilterra: il copione sembra destinato a ripetersi.



Esiste un documento che misura l’attenzione dell’Occidente verso le grandi manovre al di là della Muraglia: è il rapporto presentato il 16 febbraio scorso al Consiglio delle Forze Armate del Senato americano da Ronald L. Burgess Jr, luogotenente generale e direttore della Dia, l’Agenzia per l’intelligence di difesa. Nel dossier il numero uno delle spie dell’esercito informa i senatori che la Cina sta scommettendo sull’industria bellica. Le spese dichiarate ufficialmente sarebbero per Burgess “la metà di quelle spese in realtà: 93 miliardi di dollari contro i reali 183”. C’è una bella differenza. Così come stanno cambiando i programmi dell’Esercito popolare di Liberazione, pronto a giocare ruoli sempre più offensivi grazie a un’aeronautica di ultima generazione. Nel mar Giallo veleggia dal 2011 la prima portaerei cinese, che quest’anno, secondo Burgess, inizierà “l’allenamento” per funzionare a pieno ritmo e assicurare a Pechino influenza sui paesi dell’estremo Oriente. Ingenti risorse sono state investite anche per la balistica: entro il 2014 la Marina presenterà i missili nucleari sottomarini (JIN e JL-2) e armi di medio raggio in grado di annientare una flotta nemica; l’Artigliera seconda invece investirà nel raddoppio entro il 2025 degli ICBM, la forza di fuoco con cui Pechino può raggiungere le coste degli Stati Uniti.

Inoltre, sempre secondo il rapporto di Burgess, i generali dell’ex Celeste Impero si sarebbero già dotati di programmi per la realizzazione di strutture sotterranee dove poter sviluppare progetti segreti al riparo da occhi indiscreti e ricoverare obiettivi sensibili e starebbero ampliando le attività di spionaggio industriale e di brevetti per battere sul tempo gli avversari: del resto, è ciò che fanno, appunto, i loro avversari occidentali. .

C’è una dimensione che preoccupa in particolare Washington: lo spazio. Beidou, il sistema di navigazione satellire lanciato in orbita dai cinesi nel 2011, entro quest’anno servirà l’intera regione ma entro il 2020 potrebbe essere adottato a livello internazionale. La Cina avrebbe così in mano le chiavi per “oscurare” l’Occidente in caso di guerra spaziale. “Potrebbe disattivare i satelliti di navigazione e comunicazione degli Stati Uniti”, paventa Burgess. Una macchina da guerra. Con un suo tallone d’Achille: il malcontento popolare, che la Cina contrasta assicurando cibo e medicine. Ma secondo Burgess non basta. Certo anche Pechino ha i suoi grattacapi. L’annuncio della Corea del Nord di lanciare ad aprile un missile a lunga gittata per mettere in orbita un satellite in occasione del centenario della nascita del padre della patria Kim-Il Sung non è piaciuta alle alte sfere cinesi e il viceministro degli Esterim Zhang Zhijiun, secondo la Xinhua, ha subito incontrato l’ambasciatore di Pyongyang nel Dragone, Ji Jae-Ryong, per esprimergli le preoccupazioni di Pechino. Sunzi d’altronde insegnava: “Conosci il nemico, conosci te stesso, mai sarà in dubbio il risultato di cento battaglie”.

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