Studiare il cinese? Serve per trovare lavoro
Boom di iscritti ai corsi universitari


	
Intervista a Silvia Pozzi, docente di lingua cinese a Milano, dove si assiste a un vero e proprio boom di iscrizioni. "C’entra la crisi. Oggi i ragazzi arrivano in classe con l’obiettivo di assicurarsi una carta in più da giocare nel mondo del lavoro. Quello che non sanno è che cinque anni di università non bastano per fare loro dei professionisti della lingua”.
I corsi di lingua cinese sono sempre più affollati a Milano


Intervista a Silvia Pozzi, docente di lingua cinese a Milano, dove si assiste a un vero e proprio boom di iscrizioni. "C’entra la crisi. Oggi i ragazzi arrivano in classe con l’obiettivo di assicurarsi una carta in più da giocare nel mondo del lavoro. Quello che non sanno è che cinque anni di università non bastano per fare loro dei professionisti della lingua”.



di Luca Zorloni (左露坷)

Milano, 19 dicembre 2011  – Nel 1992, quando Silvia Pozzi, responsabile didattico dell’Istituto Confucio di Milano e docente di lingua cinese all’Università Bicocca, iniziò il suo primo corso di mandarino all’Orientale di Napoli, erano appena cinque gli altri ragazzi che come lei si avventuravano alla scoperta di quell’idioma lontano e inesplorato. Quest’anno la sola Bicocca ha dovuto soddisfare 260 iscrizioni la primo anno del corso di lingua cinese. Cinquantandue volte tanto. “Un boom inaspettato – confessa lei con soddisfazione -, tanto che abbiamo iniziato le lezioni più tardi per riuscire a organizzare adeguatamente i corsi”. In Bicocca cinese si insegna nel corso triennale di Comunicazione interculturale, facoltà di Scienze della formazione, che oggi conta quattro classi di mandarino al primo anno da quaranta studenti circa. Al biennio magistrale (corso di Scienze antropologiche ed etnologiche) oggi i numeri sono ancora piccoli, dieci allievi circa, scremati da quei 20-30 che era la media su cui fino a qualche anno fa viaggiavano i corsi di cinese al triennio. Ma l’aspettativa è che gli specialisti del Paese di Mezzo in Italia crescano a vista d’occhio.

 Perché questo boom?

“C’entra la crisi. Oggi i ragazzi arrivano in classe con l’obiettivo di assicurarsi una carta in più da giocare nel mondo del lavoro. Quello che non sanno è che cinque anni di università non bastano per fare loro dei professionisti della lingua”.

 I giovani sono consapevoli della loro scelta?

“Per molti il primo anno è una nebulosa; solo alla fine del primo ciclo di studi c’è una scrematura forte tra chi vuole davvero imparare il cinese e chi invece naviga a braccio. I tempi sono molto cambiati rispetto a quando ho iniziato io. Noi eravamo dei garibaldini, inseguivamo una passione senza nemmeno sapere cosa fosse esattamente. I tempi dello studio erano più diluiti, prima della laurea si programmava un viaggio in Cina. Oggi i ragazzi hanno tempi più serrati: se da un lato ciò comporta meno fuoricorso, dall’altro implica anche una preparazione più scolastica, meno completa e personale”.

 Come si articolano i corsi in Bicocca?

“Ai docenti italiani spettano le ore di grammatica, coi docenti madrelingua invece si fa pratica di ascolto e produzione orale. Dal 2009 inoltre, le matricole seguono un laboratorio specifico di esercitazione scritta, per assodare le basi di grafia. La Bicocca sta investendo sul cinese, solo quest’anno sono stati accesi quattro contratti per nuovi docenti. Ora ci aspettiamo che anche il Miur raccolga questa sfida”.

 Qual è invece lo studente tipo dell’Istituto Confucio?

“L’identikit è di un adulto tra i 40 e 60 anni, in genere un professionista che cerca nel cinese l’opportunità per ampliare le proprie prospettive lavorative: avvocati, architetti, manager del mondo della finanza. Poi ci sono le “storie”. Come la mamma che si prepara al matrimonio del figlio con una ragazza cinese, viene a imparare la lingua per non fare “da tappezzeria” al matrimonio e poter accogliere i consuoceri e finisce per appassionarsi tanto di Cina da trasferirsi lì. O come la futura mamma che adottava un bambino cinese e ha voluto studiare la cultura in cui era nato per poterlo accogliere meglio. Poi ci sono gli operatori del sociale, specie quelli che lavorano con le carceri, ricercatissimi per affiancare quei cinesi che hanno guai con la giustizia. Se sul curriculum di un ventenne oggi la conoscenza del cinese non è una novità, per un 30-40enne è un propulsore incredibile”.

 Quali sono le prospettive future per chi studia questa lingua?

“Fra qualche anno non basterà più conoscere il cinese, ma saperlo bene. Avrà un asso nella macchina chi conosce i linguaggi settoriali dell’industria o padroneggia bene i dialetti. Per questo non basta più formarsi qui, ma è importante programmare un periodo di studio e pratica in Cina”.

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